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Bibliografia:

Acquapendente è stata elevata a dignità di Diocesi da Papa Innocenzo X con bolla In Supremo Militantis Ecclesiae throno del 13 settembre 1649, subito dopo la cosiddetta “Seconda guerra di Castro” che vide il pontefice Innocenzo X Pamphilj contrapporsi al duca di Castro Ranuccio II Farnese.

Questo conflitto si concluse nel settembre 1649 con la capitolazione di Castro e la distruzione dell’intera città.

La Diocesi di Acquapendente

Nascita e Storia

Tuttavia un primo tentativo di conquistare il ducato castrense si deve al pontefice Urbano VIII Barberini impegnato nel proposito di sottrarre ad Odoardo Farnese, duca di Parma, Piacenza, Castro e Ronciglione, il ducato di Castro, creato su parte dei territori del Patrimonio di San Pietro in Tuscia e dei cui privilegi la famiglia Farnese godeva da alcuni secoli. Il conflitto, ovvero la “Prima guerra di Castro”, si svolse negli anni 1641-1644 e si concluse con un trattato di pace sottoscritto il 31 marzo e pubblicato il 1 maggio 1644 che restituiva il ducato castrense, con tutti i suoi diritti ad Odoardo Farnese.

L’azione dei Barberini contro gli interessi dei Farnese iniziò dapprima con l’abolizione dei privilegi commerciali sull’esportazione del grano dai territori farnesiani compresi all’interno dei confini dello Stato Pontificio. I mancati introiti delle rendite del ducato castrense, che permettevano ad Odoardo di assicurare in gran parte i monti di pegno dei Farnese a Roma, provocarono le rimostranze dei montisti, ovviamente subito accolte dal papa che provvide ad occupare il ducato di Castro ed a sequestrare i beni allodiali dei Farnese nello Stato Pontificio.
La prima fase della guerra iniziò nel settembre del 1641 con l’occupazione di Castro e proseguì con l’ingresso delle truppe farnesiane nello Stato della Chiesa, fino alla presa di Acquapendente. Il timore pontificio di un nuovo sacco di Roma portò ad una tregua con le trattative di Castelgiorgio. Ma il fallimento delle trattative favorì la seconda fase del conflitto con l’intervento di una lega, favorevole al ritorno dei Farnese contro le mire espansionistiche dei Barberini, formata dal granduca di Toscana, la repubblica di Venezia e il duca di Modena.

Dopo i primi scontri avvenuti nel giugno del 1643 la guerra volse a favore dei Farnese che, con il trattato di pace del 1644, ottennero di nuovo il Ducato di Castro con tutti i suoi diritti. Intanto, anche se ufficialmente terminata, la guerra tra i Farnese e lo Stato Pontificio era tutt’altro che conclusa. Infatti la precoce morte di Odoardo Farnese avvenuta nel settembre 1646 lasciò il figlio Ranuccio II, appena sedicenne, in gravi difficoltà in quanto i debiti ereditati dal padre erano lievitati enormemente. I suoi tutori si impegnarono a risanare le condizioni economiche dello stato farnesiano progettando di liberarsi almeno di una parte del passivo e vanificare così ogni nuovo pretesto di complicazione con il papato.
Non pagando gli interessi sui Monti farnesiani, tra Ranuccio II e i creditori nacquero ben presto nuove controversie mentre giungevano sempre più fitte e continue le richieste di messa in mora dei Farnese da parte dei Montisti di Roma per le ormai palesi inadempienze. Ranuccio II vedendo che i debiti si aggravavano si dispose a cedere gli stati di Castro e Ronciglione alla Camera Apostolica con l’onere per quest’ultima di saldare i debiti con i Montisti. Il duca però pretese di mantenere il diritto alla nomina del Vescovo nel ducato di Castro. Innocenzo X rifiutò tale pretesa e nominò vescovo di Castro il dotto barnabita Padre Cristoforo Giarda da Novara.
Durante il viaggio verso la diocesi assegnata, alla posta di Monterosi, il vescovo fu assassinato. Innocenzo X, ritenendo responsabile Ranuccio II, lanciò la scomunica e dichiarò guerra cingendo Castro in assedio (18 marzo 1649). La città vinta dalla fame, il 2 settembre 1649 fu costretta ad arrendersi ed il Papa volle dare un esempio di severità ordinandone la completa distruzione.
Fatti uscire gli ultimi superstiti tutto fu raso al suolo.

La tradizione vuole che sulle sue rovine fosse eretto un cippo con la scritta: QUI FU CASTRO. Con la demolizione della città di Castro, veniva a mancare uno dei presupposti giuridici necessari all’esistenza della diocesi. Il 13 settembre 1649, quando la città non era ancora stata demolita, veniva emanata da Innocenzo X, la bolla "In Supremo militantis Ecclesiae trono", con la quale si disponeva il trasferimento della sede episcopale ad Acquapendente.
Dalla lettura della bolla emergono le giustificazioni che portarono alla sua adozione e in particolare, il Pontefice osserva: «…Poichè dunque la città di Castro nella provincia Romana, il cui ultimo Vescovo con orrendo e inaudito delitto è stato da poco soppresso, per la inclemenza del clima, per la sua posizione difficile e incomoda, per il piccolo numero dei suoi abitanti, è ridotta a tale stato da non aver più aspetto di una città; e poichè i suoi vescovi in conseguenza di ciò, sono stati costretti a vivere fuori della diocesi per la maggior parte dell’anno, con grave danno per le anime, non sono mancati di quelli che nella visita “ad limina” hanno fatto presente a voce e per iscritto, la necessità che la Santa Sede provveda a questo stato di cose… e dispone: quindi, dopo aver a lungo riflettuto con i nostri venerabili fratelli cardinali della S.R.C. nel Concistoro segreto; col loro consiglio e consenso; nella pienezza del potere apostolico: mossi dai predetti e da “ altri motivi giusti”, sopprimiamo ed estinguiamo per sempre il nome e il titolo, e cioè la prerogativa di città, di cui ha goduto finora la città di Castro, nella provincia romana.
Sopprimiamo, inoltre e estinguiamo per sempre la sua chiesa cattedrale, e con essa la dignità vescovile. Ne consegue che da ora innanzi, per i secoli futuri essa non potrà più fregiarsi e godere della dignità del nome, del titolo, dell’appellativo, dell’onore, del privilegio e della prerogativa di sede vescovile e di città: ciò, in forza della nostra autorità apostolica a tenore della presente costituzione: separiamo, invece e distacchiamo per sempre il suddetto castello di Acquapendente con tutta la sua contea e il suo territorio col clero e il popolo, le chiese, i monasteri, i luoghi pii dalla diocesi di Orvieto, cui è soggetto sotto l’aspetto religioso… rendendolo esente e libero da ogni soggezione, giurisdizione , diritto di visita, dominio e potestà dell’attuale Vescovo di Orvieto. Eleviamo, inoltre, ed innalziamo lo stesso castello di Acquapendente al rango di “ Città di Acquapendente” con i diritti, gli onori e le preminenze di cui si servono, usufruiscono, possiedono le altre città e i loro cittadini, e di cui possono o potranno servirsi, usufruire possedere e godere in qualsiasi modo nel futuro. Eleviamo, inoltre, la predetta chiesa parrocchiale del Santissimo Sepolcro… alla dignità di Cattedrale immediatamente soggetta alla Santa Sede, sotto lo stesso titolo del Santissimo Sepolcro del nostro Salvatore Gesù Cristo, nella quale costituiamo la Sede Vescovile per un unico Vescovo da denominarsi “ Vescovo di Acquapendente” …
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Si concludeva così per Innocenzo X, l’oscura vicenda di Castro, oscura perché nella bolla pontificia sono indicate soltanto alcune delle motivazioni poste a base della grave decisione assunta di radere al suolo la città per cancellarne per sempre la memoria: l’uccisione del vescovo, il clima, i pochi abitanti e soltanto genericamente si fa richiamo ad “altri giusti motivi” che Innocenzo X non specifica affatto.
Acquapendente, lasciata la diocesi di Orvieto cui apparteneva, diventò centro di una nuova diocesi con tutti i paesi dell’ex feudo e cioè: Ischia, Farnese, Manciano, Capalbio, Canino, Cellere e Pianiano.
Successivamente, in seguito ad accordi tra il vescovo di Acquapendente e quello di Soana (a capo della diocesi di Soana e Pitigliano), la diocesi, nell’aprile del 1785, ebbe le comunità di Proceno ed Onano in cambio di Manciano e Capalbio cedute a Soana (finestra: i paesi della diocesi + immagini).
Soltanto nel 1986, con Bolla Pontificia del 27 marzo, venivano unite in perpetuo alla Diocesi di Viterbo, con unione cosiddetta estintiva, le diocesi di Acquapendente, Bagnoregio, Montefiascone, Tuscania e l’Abbazia di San Martino al Cimino. Le cattedrali delle diocesi soppresse sono state fregiate del titolo di “Concattedrali” affinché non andasse perduta la loro gloriosa memoria.