Bibliografia:

Importante:

Il materiale delle "foto" indicate è in fotocopia all'interno della Relazione allegata al progetto di ristrutturazione approvato dal Comune nel 1997. Gli originali potranno essere presi e fotografati presso il locale ARCHIVIO DIOCESANO

 

Fonti:

La nascita del Palazzo Vescovile è legata alla creazione della nuova diocesi di Acquapendente istituita da papa Innocenzo X, con la Bolla In supremo militantis Ecclesiae throno (finestra: testo della bolla), il 13 settembre 1649. Acquapendente prima della distruzione di Castro faceva parte della diocesi di Orvieto; in seguito all’elevazione a diocesi fu amministrata dal Vescovo di Montefiascone in attesa della nomina del protovescovo aquesiano avvenuta il 10 gennaio 1650 nella persona di Pompeo Mignucci da Offida di Fermo, appartenente all’Ordine Gerosolimitano e già vescovo di Ragusa.

Il Palazzo Vescovile

Già Palazzo Oliva

Le cronache raccontano il momento dell’ingresso del nuovo vescovo nella città, accolto dalla milizia a piedi e a cavallo e festeggiato dalla cittadinanza con fuochi d’artificio e luminarie ripetute per quattro sere successive.
Nel frattempo, per assicurare una degna residenza al nuovo vescovo, la Comunità con il concorso delle Confraternite, aveva acquistato ed adibito ad Episcopio un palazzo privato di proprietà della famiglia Oliva (foto: part. di stampa del 1582 in cui si vedono case e orti privati prima degli accorpamenti che dal 1649 formarono il palazzo, in Relazione Storica, Chiovelli 1997).

Palazzo Oliva, collocato nel quartiere di S. Maria, si affacciava sulla strada Romana che fin dal Medioevo aveva costituito l’attraversamento urbano della via Francigena. Probabilmente, la scelta ricadde su questo palazzo sia per la vicinanza con la Cattedrale del Santo Sepolcro, sia per lo stato di necessità in cui si trovavano i proprietari dell’immobile, gravati da diversi debiti contratti con alcuni enti ecclesiastici aquesiani. La famiglia Oliva doveva le sue fortune ad Alfonso, religioso agostiniano, vescovo di Bovino ed Arcivescovo di Amalfi che fu Sacrista di Clemente VII e di Paolo III nel 1539. Morì a Roma nel 1548. Ad Alfonso Oliva si deve anche il palazzo aquesiano come testimonia il fregio dell’architrave del portale, poi utilizzato come ingresso principale del palazzo vescovile (attuale via Roma n. 85), che reca l’iscrizione: ALFONSUS ARCHEP.S AMALF. S. D. N. PP. SACR. 1544.
Il palazzo, al momento dell’acquisto da parte della comunità aquesiana per adibirlo ad episcopio, era di proprietà di Caterina Palmenucci, vedova di Franco Oliva e risposata con Alemanno Alemanni, Torquato e Aurelio Oliva. Benché l’edificio fu pagato seicento scudi, di cui duecentoquarantacinque andarono a Aurelio, centosettantacinque a Torquato e centottanta a Caterina, il valore reale doveva essere molto superiore dato che l’estinzione di molti debiti che ciascuno dei tre aveva accumulato, alcuni risalenti al 1621, furono pagati dalle confraternite. Palazzo Oliva, che oltre all’abitazione comprendeva anche un orto e una vigna, costituì il primo nucleo del palazzo Vescovile, identificabile con la parte centrale del complesso edilizio. In seguito fu acquistato anche il palazzo contiguo appartenente alla famiglia Roli che permise di ampliare l’episcopio verso ovest. L’ubicazione dell’ingresso di questo secondo nucleo è riconoscibile dal portale su cui è inciso il nome del proprietario originario: FRANCESCO ROLO DA REGIO 1533 (attuale via Roma n. 83).

La forma attuale del palazzo deriva da successive trasformazioni che ebbero inizio con i restauri avviati da Giovanni Battista Febei (vescovo di Acquapendente dal 1683 al 1688) che, come riporta lo storico locale Nazareno Costantini, “restaurò dalle fondamenta l’Episcopio”. Probabilmente si trattò di un’ampia ristrutturazione che dette alla facciata la veste architettonica che mantiene ancora oggi e che avvenne, con tutta probabilità, verso il 1686, dato che in una veduta della città stampata in quell’anno la residenza vescovile risulta essere spostata temporaneamente nel palazzo Viscontini Benci ( foto in Lise G., Acquapendente nelle Stampe, Acquapendente 1971). Bisognerà attendere Mons. Bernardo Bernardi (1746-1758) per una ripresa delle opere edilizie nella sede della Diocesi. Al vescovo Bernardi si deve: la ristrutturazione della Cattedrale con la decorazione dell’abside, la costruzione di un casino di villeggiatura in località Campomoro e l’importante ampliamento del palazzo vescovile con la costruzione dell’ala aggiunta ad est dell’originario palazzo Oliva. La veste architettonica della facciata di questa parte del palazzo ripete quella già esistente ad ovest ma con le mostre delle finestre interamente realizzate in stucco a differenza delle precedenti che erano state realizzate in basalto (foto: part. della mappa della città di Acquap. del Catasto Gregoriano del 1818 con il Palazzo Vescovile e le aree annesse, in Relazione Storica, Chiovelli 1997).

Risale al 1870 la stesura di un nuovo progetto, mai realizzato, per la sistemazione del palazzo vescovile redatto dall’ingegner Pincellotti di Viterbo e commissionato dal vescovo Giovanni Battista Pellei (1847-1878) che, malgrado le parentesi della Repubblica Romana (1849) e delle temporanee annessioni al Regno d’Italia (1860-!861), era fortemente orientato verso un radicale rinnovamento del palazzo vescovile. Il progetto Pincellotti prevedeva un nuovo edificio con facciata in stile neorinascimentale che avrebbe occupato l’area retrostante i nuclei degli ex palazzi Oliva e Roli, a cavallo dell’attuale cortile ed orto soprastante, lasciando una fascia di terreno da utilizzare come giardino verso la strada della Recisa (odierna via Cavour). La facciata del nuovo episcopio sarebbe stata articolata su tre piani di cui il piano terra terminante con un’alta trabeazione sorretta da paraste tuscaniche delimitanti sette specchiature che davano origine a cinque arcate a tutto sesto con le tre centrali che si sarebbero dovute aprire su un androne con volte a crociera (foto: elaborati progettuali per la costruzione del nuovo palazzo mai realizzato, in Relazione Storica, Chiovelli 1997). In tal modo si sarebbe creata una sorta di piazza, tra la Via Romana e la nuova facciata, ottenuta dalla demolizione del primitivo nucleo del vecchio palazzo vescovile ricavato dalle ex proprietà Oliva e Roli. La costruzione del nuovo episcopio aveva un preventivo di spesa di circa 49 milioni di lire (foto: ATTI “Scandaglio della spesa occorrente” per il nuovo episcopio, in Relazione Storica, Chiovelli 1997) ma non ebbe il tempo di essere presa in considerazione dato che il 20 settembre dello stesso 1870, con la presa di Roma da parte delle truppe italiane, il Governo Pontificio cessava di esistere in Acquapendente e nel resto del Lazio che entrarono a far parte del Regno d’Italia. Le istituzioni ecclesiastiche furono private di gran parte dei loro beni e le possibilità economiche delle Diocesi diminuirono bruscamente; la mancata realizzazione del progetto Pincellotti fu, da un lato, la salvezza delle parti più antiche dell’episcopio aquesiano.

Risalgono al mandato episcopale di Tranquillo Guarneri (1920-1937) le decorazioni pittoriche, eseguite dal decoratore aquesiano Alfredo Consoli, delle pareti interne del salone detto poi degli Stemmi, delle sale dell’appartamento privato del vescovo e della cappella. Quest’ultima, in seguito ai danni subiti durante la seconda guerra mondiale, fu ridecorata dallo stesso Consoli sotto il vescovo Giuseppe Pronti di Assisi ( 1938-1951), come si legge in una iscrizione posta sopra la porta della cappella: Sacellum hoc causa belli fere collapsum Joseph Pronti episcopus restituit et opera Alfridi Consoli Aquipendiensis ornavit A. D. 1944.
Attualmente il palazzo, ristrutturato in occasione del Giubileo del 2000, presenta al piano terra vari magazzini e un laboratorio artigiano mentre al primo piano oltre all’appartamento vescovile, sede del museo civico diocesano, si trova l’Archivio Diocesano nel quale confluirono anche le carte della distrutta sede di Castro e la biblioteca dell’ex seminario.

Curiosità:

Il palazzo è stato in passato il luogo in cui venivano carcerati i malfattori. Le carceri si trovavano nei sotterranei dell’ala destra. Sono ancora visibili le vecchie celle coperte da volte a botte con una piccola finestra per la luce. Qui, le pareti recano la testimonianza delle sofferenze sopportate dagli sfortunati inquilini. Si tratta di graffiti sul muro, autoritratti, figure di animali o scene religiose; sono molto frequenti anche scritti che raccontano la propria storia con tanto di firma e data: “per una dona sono stato carcerato e per volergli troppo bene mi ha cojonato io Domenico Antonio Megrini disgraziato” oppure “io Gaetano son prigioniero per avere avuto acitia … con persone”, “io Domenico Fardelli fui carcerato s. 1799 maggo per fatto lite con uno”.